La musica liquida e' comoda. Il vinile e' umano.
Perché il vinile ci dà la pelle d’oca.
Dopo il Lato A del mondo di vinili, ecco il Lato B altrettanto ‘di successo’ e importante come il Lato A; succedeva talvolta che con i 45 giri entrambi i lati erano una hit, o addirittura il Lato B piu’ del Lato A (se avete esempi, scriveteli nei commenti).
Il seguito dell’analisi sul mondo dei Vinili.
Intervista a Gianluca Costella, manager dell’audio, mente creativa di format radiofonici e collezionista da 30.000 vinili.
Nel prossimo articolo parleremo invece con Bert Vos, direttore di Simone FM, Paesi Bassi, che dedica buona parte della programmazione della sua radio alla trasmissione di musica da Vinile.
Chi è Gianluca Costella
Manager con una lunga carriera nell’industria radiofonica italiana, da 20 anni in forza al gruppo GEDI, Gianluca Costella ha attraversato l’epoca delle radio libere milanesi contribuendo alla nascita di format, palinsesti e strategie musicali che hanno segnato un’epoca.
È talent di Radio Capital per Capital Funky e creatore del format Funky Town, uno dei progetti più riconoscibili nel panorama funk e soul italiano.
Parallelamente, è uno dei più importanti collezionisti privati del Paese:
quasi 30.000 vinili, una conoscenza enciclopedica di produzioni, cataloghi, sessioni e rarità.
“Il vinile non è perfetto. È vivo.”
Ci sono persone che la musica non la ascoltano soltanto: la organizzano, la curano, la dirigono. Gianluca Costella è una di queste.
L’ho intervistato per capire cosa ci sia davvero dietro il ritorno del vinile.
Perche’ il vinile nel 2026 nell’oceano della tecnologia?
Legato all’ascolto di un disco in vinile c’è un vero e proprio rituale.
E’ un oggetto che ha un suo fascino; se lo posseggo dalla notte dei tempi, magari posseduto da mio padre, quel fascino è ancora maggiore.
La prima cosa che percepisco è che ho un oggetto affascinante che inizio ad apprezzare ancor prima di suonarlo, ammirando la copertina.
Seconda cosa, quando lo suono, lo appoggio sul giradischi, perdono tutte le imperfezioni tecniche a fronte di un suono caldo, perché è innegabile che il vinile restituisce una qualità sonora meno precisa, meno fedele rispetto al digitale non compresso, ma più calda.
Anche il fruscio del disco e il rumore di sottofondo sono sensuali funzionalmente all'ascolto.
Se a questo uniamo il fatto che molto frequentemente ha una bella copertina, e una volta ci si applicavano quando facevano le copertine, ci troviamo a che fare con vere e proprio opere d’arte al pari di un quadro.
Il vinile e’ un rituale
E poi i libretti che spesso erano inclusi nei dischi, con la possibilità di seguire i testi sfogliando un book talvolta anche fotografico, tutto questo mix di cose restituisce, come dicevo prima, un rituale: il rituale dell’ascolto del vinile, che con la musica liquida non puoi avere, perché è proprio freddo il rapporto.
Io clicco, faccio partire un file, faccio partire un CD che è perfetto, che si sente benissimo, ma che non ha personalità.
Il vinile ha personalità e la personalità sono anche gli scricchiolii
Il vinile è davvero il supporto migliore?
No, non è il supporto più fedele.
Un CD, tecnicamente, è più pulito. Ma la fedeltà non è tutto: il vinile, come detto prima, ha un fascino che nessun altro formato possiede:
un suono meno preciso, sì, ma più caldo, più “cavo”, più sensuale, perfino i fruscii diventano parte dell’esperienza.
Non difetti, ma carattere.
Quindi è una questione di emozione più che di tecnica?
È entrambe le cose.
C’è il rituale — l’oggetto, la copertina, il gesto — ma c’è anche un aspetto psicoacustico che molti ignorano.
Con la compressione digitale vengono eliminate alcune armoniche, cioè quelle micro‑sfumature che il nostro cervello interpreta come “emozione”.
Sono frequenze che non servono alla comprensione del brano, ma servono alla pelle d’oca. Il vinile, invece, conserva queste armoniche.
E il nostro cervello le riconosce come qualcosa di vivo. È lo stesso motivo per cui uno Stradivari non suona come un violino qualsiasi: la differenza non è nella nota, ma nelle sfumature armoniche che lo strumento riesce a produrre.
Il vinile fa la stessa cosa con la musica
E i giovani? Perché stanno tornando al vinile?
I giovani sono rimasti affascinati, esattamente come siamo rimasti affascinati noi quando abbiamo iniziato a comprare i primi dischi.
Qui c’è da fare un ragionamento anche più profondo.
Ho un sacco di amici che hanno negozi di dischi, quindi ho il termometro non solo italiano, ma ti direi anche europeo, di Francia e Svizzera per esempio.
I giovani comprano qualche cosa di nuovo, ma tendenzialmente acquistano le incisioni di catalogo, vanno a riscoprire le cose che magari ascoltavano col papà quando erano più piccoli.
Non voglio fare nomi, ma l’artista di oggi che si ispira a De Gregori...
Bene, sai che c’è? Piuttosto che investire 40 euro nel disco di questo (magari masterizzato ad hoc per la fruizione digitale e che poco rende da vinile), me lo ascolto liquido e via, e 40 euro li spendo per comprarmi l’album di De Gregori anni ’70 dove mi ascolto ‘Atlantide’, che è uno dei capolavori assoluti della musica italiana che, ahimè, per ora non è stato ancora bissato da nessun artista contemporaneo.
Questa è la verità, e c’è anche un discorso legato all’investimento economico.
Un ragazzo giovane che ha deciso di spendere 40 Euro per un disco, dice: “Vado a comprare qualcosa che ha un valore nella storia, piuttosto che un disco di oggi che forse domani non avrà alcun senso”.
Tieni conto che io i dischi li compro da quando ero bambino.
Ecco, la tua collezione è leggendaria.
Da dove nasce tutto?
Da un’infanzia particolare.
A quattro anni ho avuto un problema di salute che mi ha costretto a casa per mesi.
Veniva a trovarmi spesso mio cugino più grande di me e mi portava sempre un sacco di dischi: Genesis, Pink Floyd, PFM, cantautorato italiano.
La musica è stata la compagnia della mia infanzia.
È stato automatico, poi crescendo, il desiderio di avere dei dischi miei, di farmeli regalare in ogni occasione: Natale, compleanno.
E poi quando sono nate le radio nel ‘75 io impazzivo perché ascoltavo tantissima musica. Tantissima.
E naturalmente mi annotavo tutti i dischi che mi piacevano, che avrei voluto ricevere in regalo o che mi compravo io con la mancetta.
Il primo disco che ho preso è stato “Music” di John Miles e l’album “Nice and Nasty” della Salsoul Orchestra. Forse quel disco lì l’ho comprato perché aveva una copertina accattivante, non lo so, però mi piaceva anche il suono soul.
I primi dischi invece me li aveva regalati mio cugino, sono stati i Pink Floyd, “Selling England by the Pound” dei Genesis, un disco che mi ha fatto impazzire che io dico sempre essere il disco che mi ha proprio fatto innamorare della musica.Questi dischi hanno dato il la alla mia mastodontica collezione, 20/25000 vinili…
E vinili ne compro ancora. Oggi mi è arrivato un pacco di dischi dalla Germania di vari generi. Cosmic Funk, due lp di Sergio Mendes dei primi anni ’60, la collezione si arricchisce.
Inoltre sin da piccolo sono sempre stato attirato anche dalla passione per l’alta fedeltà. Va bene ascoltare il vinile, ma io ho sempre voluto ascoltare bene.
Non esiste “avere tutto”.
C’è sempre un disco che manca.
Sempre.
Magari ce l’ho già, ma lo voglio in una condizione migliore.
Oppure scopro un gruppo Brazil Funk degli anni ’70 e mi si apre un mondo.
È una ricerca continua, e non voglio che finisca.
L’ascolto. Con cosa ascolti tutta questa musica?
Ho più impianti, perché non ascolto sempre allo stesso modo.
Quando ho voglia di sentire il suono meno fedele, meno preciso, ma più sensuale, più accattivante, più emozionante, vado e mi ascolto un impianto vintage che ho con amplificatore Marantz, casse AR, cioè un impianto top level ma del 1978.
E lì sento un suono pieno di difetti, in realtà. Entro in un mood psicologico E’ un esercizio che faccio: metto un disco, che ne so, supponiamo “Wish You Were Here” dei Pink Floyd, un grande classico.
Se io lo suono con il mio impianto Marantz, che era stato costruito quando è uscito quel disco, io mi emoziono.
È chiaro che se poi lo suono con le JBL Control Monitor, oppure con le speaker Sonus Faber e l’amplificatore McIntosh nuovo, ultimo modello, ho una precisione di suono, di riproduzione molto maggiore.
Li’ Sono nella modalità “voglio sentire bene” e allora uso quell’impianto.
Ma se invece voglio emozionarmi al massimo, io accendo l’impianto vintage.
Ed è un gioco, è una macchina del tempo. Torno proprio all’epoca.
Ho una piccola collezione di hi-fi vintage, ad esempio posseggo ancora un amplificatore Luxman, che è quello che avevo comprato nel ‘79, e mi ricordo che con quell’impianto ascoltavo il primo album dei Dire Straits, quello con “Sultans of Swing”. E mi viene la pelle d’oca, perché mi sembra di tornare indietro di 45 anni.
Estremizzo: quando mi viene il desiderio di ascoltare il rock ‘n roll di Bill Haley ad esempio, accendo il mio Juke Box Seebourg e mi proietto dritto nelle atmosfere “Happy Days”!
L’audiofilia è questo: un equilibrio instabile tra nostalgia ed esattezza.
Quanto deve investire un giovane che vuole iniziare?
Per i dischi, poco: 10–15 album fondamentali, 30–40 euro l’uno.
Il vero investimento è l’impianto.
Per ascoltare bene invece serve un setup serio. Non basta un amplificatore “che si sente forte”. Serve controllo, equilibrio, capacità di restituire ciò che è stato inciso.
E poi inizia il viaggio infinito: un basso più frenato, un acuto meno metallico e più vellutato, una testina migliore, un preamplificatore magari valvolare, una finale più potente… Non si finisce mai.
Ed è proprio questo il bello.
Se dovessi riassumere in una frase perché il vinile continua a tornare?
Perché il vinile non è perfetto.
È vivo.




